Alessandro D’Avenia, Ciò che inferno non è

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. (Italo Calvino)

Spesso noi adolescenti siamo “spaventati” da libri di numerose pagine; non so cosa temiamo: sarà forse non riuscire a finirlo oppure abbandonare il protagonista per colpa della mente noiosa dell’autore…

Non si sa, ma una cosa di cui sono certa è che “Ciò che inferno non è” – ultimo libro di Alessandro D’Avenia-  non ci si annoia affatto a leggerlo. D’Avenia ti mostra la sua adolescenza siciliana attraverso Federico, il protagonista.

Federico è un diciassettenne istruito, educato e adora leggere libri; ma con l’invito di Padre Pino Puglisi (il suo professore di religione) di andare ad aiutare alla parrocchia di Brancaccio, scopre che i libri creano una barriera con la realtà. Quell’aggettivo ‘brutto’ con cui definiscono il quartiere di Brancaccio, Federico riesce a “viverlo” e fa esperienza del brutto, della realtà che lo circonda.

Lo consiglio a chi non ha paura della verità e della realtà, che spesso nessuno ci rivelerà.

Alessandro D’Avenia, Ciò che inferno non è

Abba Di Gregorio

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