Andrew Smith, Grasshopper Jungle

Non sapevo cosa fare. Era tutto un casino. “Ero innamorato dei miei due migliori amici, e allo stesso tempo li stavo rendendo entrambi infelici. E c’erano degli enormi insetti arrapati sopra di noi che stavano divorando l’intero pianeta.”

Per quanto possano apparire bizzarre, le poche righe citate condensano efficacemente il plot di questo romanzo. Un romanzo dalla doppia faccia: da un lato, si tratta di un post-apocalittico, dal momento che lo scenario in cui si svolge la vicenda, la cittadina immaginaria di Ealing, Iowa, descritta in modo davvero efficace (una città che nasce postapocalittica fin dall’inizio, data la sua natura di centro urbano fantasma, con le sue fabbriche abbandonate) è il teatro di un incidente tragico e grottesco. Austin Szerba e Robby Brees, dopo aver subito un’aggressione da parte della banda di Grant Wallace, diretta soprattutto contro Robbie, adolescente omosessuale, finiscono in una stanza in cui vedono conservate bizzarre reliquie, tra le quali un neonato con due teste, e un contenitore la cui etichetta preannuncia un misterioso ceppo virale. Dopo che la banda di Grant entra in possesso del contenitore, il ceppo della misteriosa epidemia 412E contagia sette persone. Inizialmente non accade alcunché, ma dopo qualche tempo il mistero si svela: le sette persone contagiate si trasformano in gigantesche cavallette carnivore, costantemente affamate e altrettanto costantemente interessate all’accoppiamento, con esoscheletri antiproiettile.

Dall’altro lato, Grasshopper Jungle è un romanzo sul disagio adolescenziale. Il protagonista è il tipico eroe della letteratura YA americana, con attitudine esistenzialista e una passione per la storia. Ricorda alcuni personaggi di John Green se non per il fatto che alcuni tratti della sua personalità sono estremizzati: costantemente indeciso, ossessionato dalle fantasie sessuali, non sa decidersi tra l’attrazione per la sua ragazza Shann (forse il personaggio più debole del romanzo) e quella per l’amico Robbie. A rendere originali i frequenti monologhi di Austin sono alcuni riferimenti ricorrenti: la storia della sua famiglia polacca o le riflessioni sull’ipocrisia del vicepresidente americano.

A mio giudizio questo romanzo, che mi pare destinato a dividere i suoi lettori, è un romanzo riuscito ed efficace. L’effetto tragicomico che deriva dalla continua sovrapposizione tra il dramma del coming – of –age  e la narrazione pulp delle stragi degli insetti risulta spesso irresistibile, e anche dal punto di vista stilistico, pur avendolo letto in traduzione, mi pare che siamo di fronte ad un narratore solido. Del resto, molti osservatori anglosassoni hanno citato Vonnegut come autore di riferimento.

 

La storia, se viene raccontata con onestà, dimostrerà che in realtà i ragazzi non fanno mai affermazioni eroiche mentre sono impegnati in battaglia. Gli storici creano astutamente queste cose dopo i fatti.

Io non avevo nulla da dire.”

MB

 

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