L’incipit della settimana: Marine Carteron, Mio fratello è un custode (La lega degli autodafé 1)

Lo schianto è stato molto violento. Il camion è sbucato dal nulla e ha colpito l’automobile in pieno, prima di farle saltare il guardrail mandandola a finire la propria corsa contro una grossa quercia. L’auto si è ribaltata più di cinque volte prima di restare immobile, e adesso è un rottame; la ruota anteriore sinistra gira ancora mentre dal cofano sventrato comincia a uscire del fumo. Sospeso a testa in giù nell’abitacolo distrutto, l’uomo sa che sta per morire. Teme questo momento da oltre un anno. Dal giorno in cui ha scoperto i piani della Lega degli Autodafé, è certo che non gli avrebbero permesso di ostacolare il loro cammino. Da troppi anni aspettano di prendere il potere. Da troppi secoli sono alla ricerca di un’opportunità. L’uomo non aveva nessuna possibilità. Allora, quando ha visto il camion, quando ha subito il primo impatto e ha avuto il primo ribaltamento, non si è sorpreso, ma ha pensato soltanto che gli sarebbe piaciuto avere più tempo. Più tempo per tentare di impedire l’inevitabile; più tempo per avvisare i governi di quello che si sta tramando nell’ombra; più tempo per preparare suo figlio a prendere il suo posto. L’odore di benzina e di fumo filtra dal parabrezza esploso. L’uomo deve fare qualcosa se non vuole finire bruciato. Cerca di muovere la mano per slacciare la cintura di sicurezza, ma non risponde più. Capisce che lo scricchiolio che ha sentito al momento del primo impatto non proveniva dal sedile ma dalla sua colonna vertebrale. Non si può muovere, ma almeno non soffre. Sente dei passi. Gli piacerebbe poter credere che sono i soccorsi, ma gli basta ascoltare per capire che non è così. Gli uomini parlano in latino. «Eum mortum esse putas?» «Concursusque vehementissimus fuit!»

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