Carlo Goldoni, La locandiera

Ogni tanto è giusto anche fare un salto nel passato, ed è per questo che oggi parlerò della brillante commedia di Goldoni: La locandiera. Quest’opera teatrale rappresenta l’apice della riforma goldoniana, in cui uno dei punti fondamentali è il passaggio dalla maschera, personaggio stereotipato tipico della Commedia dell’arte, al carattere. La vicenda si sviluppa principalmente intorno alla figura femminile, Mirandolina, proprietaria della locanda fiorentina e promessa in sposa a Fabrizio, il cameriere. Con Goldoni il personaggio della donna assume una valenza totalmente nuova e differente rispetto a quella della servetta brillante della Commedia. Mirandolina, infatti, è rappresentata come una donna autonoma dal punto di vista economico, appartenente alla media borghesia e per questo portatrice dell’etica-borghese. Ma arriviamo al dunque: cosa ha voluto mettere in scena Goldoni? Ebbene, nonostante vi sia un fine pedagogico, La locandiera è una vera e propria innovazione. Come già detto, Mirandolina gestisce una locanda, con la quale ha instaurato un legame così forte da far innamorare tutti i clienti pur di farli restare così da trarne un profitto maggiore. Dunque si potrebbe definire una vera donna di affari.
Vittime di questi comportamenti lusinghieri sono il marchese di Forlimpopoli e il conte di Albafiorita che tentano invano di conquistarla, chi con un’offerta di protezione chi con dei regali. Comunque per la nostra cara locandiera la situazione comincia a complicarsi con l’arrivo di un uomo borioso e misogino: il cavaliere di Ripafratta. La donna, sentendosi offesa nell’orgoglio da un tale comportamento, decide di dargli una bella lezione facendogli cambiare totalmente opinione sul genere femminile tanto da farlo addirittura innamorare. Come previsto il cavaliere rimane stregato dalla bella Mirandolina, ma a questo punto si manifesta un ulteriore problema: scoppia una lite tra i tre aristocratici.
Giungendo alla fine Mirandolina riesce a estinguere il conflitto tra i tre pretendenti e a ristabilire l’ordine sociale, decidendo di sposare Fabrizio.
Insomma, in poche parole non potete non leggere questa commedia, non tanto come compito scolastico quanto per farsi due risate di buon gusto. Non è nemmeno troppo impegnativa: il tutto si svolge in meno di cento pagine e scorre piacevolmente, non essendoci digressioni ma solo dialoghi e alcuni monologhi. Vi sorprenderete nello scoprire quanto possa essere interessante e coinvolgente un’opera teatrale settecentesca.
Non vi ho ancora convinti, allora vi lancio una sfida! Leggetelo e poi fatemi sapere se ne siete rimasti entusiasti oppure no.
Eleonora Boni

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