Ian McEwan, Nel Guscio

Mi riesce estremamente difficile trovare le parole giuste per descrivere questo libro, perché non assomiglia a niente che io abbia letto prima. Vorrei essere capace di convincervi a leggerlo raccontandovi il meno possibile. Vorrei che metteste da parte la copertina. No, per carità! Non guardate la trama sui risvolti! Uscite da voi stessi. Lasciatevi trasportare nel guscio.

Torniamo alle origini, letteralmente, con un incipit fulminante che meriterebbe di essere estratto dal proprio contesto per essere letto così, com’è scritto, perché si delinei da solo. Come una vera e propria opera d’arte. Voglio dire, se vi trovate davanti ad un dipinto, prima lo guardate e poi magari vi informate sulle chiavi di lettura, sulla storia che racconta. Sono la prima, lo ammetto, che di rado inizia un libro senza avere neanche la minima idea della trama. Anzi, proprio per convincermi a leggere Nel Guscio ho assillato mio padre perché mi spiegasse “Almeno cosa succede all’inizio”.

Non lo fate! Non lo fate! Perché all’inizio non succede proprio nulla ed è un nulla trasformato in un capolavoro. Siamo fuori dal tempo, siamo all’inizio. Alle origini di tutto. Quelle origini che abbiamo dimenticato.

Vi dirò solo una cosa. Una sola. Questa è la storia di un bambino che ancora non è nato e della sua consapevolezza.

Consapevolezza di cosa? Di una vita che anche vista da fuori, o meglio, da dentro un recondito nascondiglio, appare meravigliosamente squallida, spaventosa ed ingiusta e ciononostante unico traguardo e desiderio.

Flaminia Zilletti

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