La parola: linfa vitale.

“Wortschatz” = patrimonio lessicale/tesoro di parole.

Comunicare= cum + munus = con dono/ condividere qualcosa.

La parola è comunicazione, dono…vita. Essa è un tesoro, il nostro tesoro. Quello da custodire, da proteggere, da salvare. Le parole sono le fondamenta del nostro linguaggio, senza di esse regnerebbe il caos. Verremmo sopraffatti da una moltitudine di sentimenti inespressi, rimasti imprigionati in uno spazio angusto senza aver avuto la possibilità di essere liberati, gridati, sussurrati, bisbigliati. L’impoverimento lessicale e la banalizzazione sono malattie di facile propagazione, ma l’incomunicabilità è la peggiore di tutte ed è mortale. Essa prosciuga la nostra essenza vitale fino a ridurla ad una piccola briciola insignificante, sottomessa e bloccata. Intrappolata in un corpo di sola materia, priva di qualsiasi via di fuga poiché incapace di esprimere le proprie necessità, sensazioni, di relazionarsi o anche solo di provvedere alla propria sopravvivenza. Una sola parola può determinare la vita o la morta di un individuo. Tante parole, se abusate, possono schiavizzare, disumanizzare ed annientare un popolo intero. Questo potere sovrumano viene analizzato, in tutta la sua complessità, nel capitolo “Comunicare” de’ I sommersi e i salvati di Primo Levi. “Siamo biologicamente e socialmente predisposti per la comunicazione, rifiutare di comunicare è colpa. Il silenzio […] è a sua volta un segnale, ma ambiguo, e l’ambiguità genera inquietudine e sospetto”. L’uomo per natura ha necessità di comunicare, che sia a gesti o a parole. Ebbene, questa naturalità, insita nell’uomo, nei Lager veniva repressa. Il muro insormontabile fatto di silenzio e incomprensione era la principale causa della degradazione umana. Questa muraglia si componeva di mattoni impenetrabili e micidiali quali : l’impossibilità di dialogare con il proprio aggressore, l’incapacità di comprendere il linguaggio dei Lager e pertanto di eseguirne gli ordini, l’aggressività delle parole usate ed il completo isolamento dal resto del mondo per mancanza di informazioni e di contatti. Ben presto questa privazione diveniva causa di un mutismo generale che, a sua volta, conduce all’assenza di ogni forma di conforto e di calore umano. L’obbiettivo finale era quello dell’annegamento di qualsiasi tratto umano : il deportato non era più uomo, ma bestia. Primo Levi nel suo ultimo libro, riporta con estrema chiarezza e lucidità tutte le atrocità dei campi di deportazione, in particolare di Auschwitz. Questa sua testimonianza, unita alle altre precedenti, è un appello a non dimenticare, ma soprattutto a conoscere. Essa è incaricata di trasmettere i fatti realmente accaduti, e con essi il dolore e la sofferenza per far sì che servano da monito per non rischiare di ripetere una strage simile.

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