Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie.

“Innanzitutto bisogna sapere dove vuoi andare”.

“Non lo so”.

“Allora ogni posto va bene”.

Ciò che mi ha disturbato nella dimensione di bambina in cerca di riferimenti, certezze, costruzioni, affidabilità è ciò di cui invece straripano Alice e la sua caduta -o emersione- nella sua totale vocazione all’ignoto, all’imprevedibile, all’illogico, al senza senso, al cambiamento del mondo delle meraviglie.

“Io non so chi sono ora. Al massimo posso dirle chi ero stamattina Dalla caduta in poi cambio continuamente e non riesco a mantenere la stessa dimensione per più di dieci minuti.”.

Eppure nessun cambiamento, nessun incontro con esseri animati o inanimati impossibilmente vivi e socialmente strutturati come le figure di un mazzo di carte, con figure ignote o indecifrabili, illogiche, spiazzanti e imprevedibili come anche il cappellaio matto, sembra turbare la sicura immersione di Alice in un mondo che appare sempre più il suo mondo. Ed anche se in questo mondo non succede in definitiva nulla che usualmente definiamo o sentiamo come bello, per Alice è un meraviglioso mondo. Come se l’unico valore possibile fosse il cambiamento, la curiosità, l’imprevedibilità. La conoscenza nel suo rinnovarsi continuo.

Un altro cambiamento mi è però forse più caro nella sua dimensione incredibilmente umana. Il risveglio da scarabeo di Gregor Samsa.

Chiara Principe

NB: il tag +14 si riferisce alla piena comprensione di questa lettura, e non del libro in sé.

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