L’incipit della settimana: Andrew Clements, Il club dei perdenti

Nel corridoio, fuori dall’ufficio della preside, c’era una sedia di plastica rossa. La chiamavano la Graticola e alle nove e un quarto di un martedì mattina, Alec Spencer ci era seduto sopra. Durante le elementari alla Bald Ridge School, Alec si era ritrovato molte volte sulla Graticola; aveva perso il conto a un certo punto della quinta. Quella mattina era la prima volta che veniva mandato dalla preside da quando era in prima media… Peccato che fosse il primo giorno di scuola e che Alec fosse in prima media da meno di tre quarti d’ora. Si poteva finire sulla Graticola per un centinaio di motivi diversi, quasi tutti abbastanza normali: rispondere a un insegnante, bullizzare, picchiare o spintonare qualcuno, tirare il cibo a mensa, cose del genere. Ma Alec era un caso speciale. Lui sulla Graticola ci finiva tutte le volte per lo stesso motivo: per essere stato beccato a leggere. Non importava cosa stesse leggendo o come: il motivo era dove e quando leggeva. Forse era colpa dei suoi genitori, che avevano passato ore e ore a leggergli storie ad alta voce quando era piccolo. O forse la colpa era del Piccolo Bruco Maisazio, o magari del Gatto e il cappello matto. Ma non c’era dubbio sul fatto che Alec avesse amato i libri fin da bambino. Se iniziava un libro, Alec doveva arrivare a metà, perché la metà lo portava sempre alla fine della storia. E Alec doveva sapere cosa succedeva dopo, a qualunque costo.

Andrew Clements, Il club dei perdenti, traduzione di Valentina Daniele, Rizzoli, 2018, pp. 256, €16.90

 

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