L’incipit della settimana: Avi, La folle guerra dei bottoni

La foresta era silenziosa. La calura d’agosto rendeva l’aria calma, satura dell’odore della terra e delle cose che stavano crescendo. Gli alberi alti, antichi, si inarcavano su di noi come una vecchia chiesa. Qui e là, raggi di sole si insinuavano a punteggiare le piante con granelli di luce. Alcuni fiorellini bianchi e blu facevano timidamente capolino dal terreno e qualche fungo spuntava ogni tanto come un’umida bolla bruna. Animali ce n’erano: cervi nobili, volpi, martore, serpenti. Non che li vedessimo o li sentissimo. Il nostro continuo chiacchierare e ridere teneva a distanza qualunque creatura. Eravamo in sette: Drugi, Jurek, Makary, Raclaw, Ulryk, Wojtex e io, Patryk, tutti di undici o dodici anni. Niente di simile a un club o a una banda, piuttosto un gruppetto di capre selvatiche. Scorrazzavamo per il nostro villaggio, vagabondavamo nei campi, rubavamo qualche frutto, prendevamo a calci un vecchio pallone su e giù per la strada, giocavamo a nascondino o correvamo dentro e fuori casa di uno e dell’altro per comunicarci le novità tipo: “La sorella di Wojtex si è tagliata un dito!”.

Eravamo vestiti quasi allo stesso modo: pantaloni larghi, camicie scure, berretti di tela, più scarpe vecchie o stivali rappezzati. Naturalmente c’erano delle differenze. Il padre di Raclaw era ricco, e lui indossava quasi sempre abiti nuovi con i bottoni lucidi. I vestiti di Jurek, invece, parevano stare insieme con gli spilli. Noi sette facevamo sempre tutto insieme. Perciò quando Jurek ci disse che si stava avviando alle rovine perché sua sorella si era infuriata e gli aveva detto di andarsene da casa sua, ci unimmo a lui. “Comunque,” spiegò, “è quella la mia vera casa.” Dopo un chilometro e mezzo nella foresta lasciammo la strada, Jurek in testa, e camminammo a lungo sotto gli alberi scuri finché non arrivammo a un terrapieno. Fu allora che vedemmo le fondamenta e le macerie di vecchi muri, le pietre screziate di grigioverde per il muschio e i licheni. Perlopiù erano sprofondate nel terreno. C’era anche un camino cadente con un focolare utilizzabile. Pensavo che un tempo quel luogo fosse stato una fattoria. Makary era sicuro che fosse stato un nascondiglio di banditi abbandonato. Ulryk credeva che fosse stato una vecchia chiesa. Jurek insisteva che le rovine erano state un castello, appartenuto all’antico re polacco Boleslao il Coraggioso. Non solo, Jurek affermava anche di essere l’autentico discendente di Boleslao, e quindi di essere lui il vero proprietario delle rovine, della foresta e persino del nostro villaggio. Sapendo che la storia era un’invenzione di Jurek per darsi importanza, prendevamo l’idea per quello che era, uno scherzo. Dire che Jurek aveva sangue blu era come dire che veniva dalla luna. Forse c’erano altri bambini poveri come Jurek nel villaggio, ma io non li conoscevo. Quando arrivammo alle rovine, ci mettemmo a raccogliere legna per accendere un fuoco nel focolare, come ogni volta. Non importava se faceva caldo: stare seduti davanti a un fuoco ci faceva sentire dentro un’avventura. Jurek e io partimmo insieme, fianco a fianco, in cerca di legna. “Tua sorella ti lascerà tornare a casa?” chiesi. “Lo fa sempre,” rispose lui con un’alzata di spalle e un sorriso, per farmi capire che non gliene importava. Mentre raccoglievamo rametti, vidi a terra una cosa minuscola. Mi chinai a raccoglierla. “Fammi vedere!” strillò Jurek. “L’ho visto prima io,” anche se non era vero. Mi girai, dandogli le spalle, per osservare il piccolo oggetto da vicino. “Che cos’è?” chiese Jurek. “Che cos’è?” Per quanto ne sapevo, era solo un vecchio bottone arrugginito. “È una moneta?” chiese Jurek. “Un gioiello?” “Un bottone.”

Avi, La folle guerra dei bottoni, traduzione di Luisa Agnese Dalla Fontana, Feltrinelli Up, 2018, pp.191, €15

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