L’incipit della settimana: Jerry Spinelli, La figlia del guardiano

Oggi è una voliera.
Ma un tempo era una prigione. La prigione della contea di Hancock.
Ogni blocco risuonava dei manganelli che battevano sulle sbarre, e di parolacce, giorno e notte. Ora i fringuelli, le dendroiche e i cardinali scarlatti cantano e svolazzano dietro le pareti di vetro.
La vecchia Stanza della Quiete, con il suo tetto trasparente e la carriola di stagno che rovesciava acqua in una piccola piscina, era stata progettata per tenere calmi i detenuti. Non ci andava quasi nessuno, a parte i volontari che curavano le piante e i fiori. Adesso ci vanno i bambini, che gridano di felicità quando le farfalle si posano sulle loro teste o le loro spalle.
Dove una volta c’erano due cortili per l’ora d’aria – uno per gli uomini e uno per le donne – c’è un unico giardino, un paradiso in cui scorrazzano tartarughe e struzzi. C’è perfino una seconda cascata, alta come il muro. Vialetti di ghiaia. Stagni. Ninfee. Pesci rossi grossi come carpe.
Un solitario avvoltoio collorosso atterra qua e là, dove più gli piace.

A parte l’insegna, all’esterno la prigione ha conservato lo stesso aspetto: quello di una fortezza medievale. Mura massicce di pietra fuligginosa. Porte di quercia ad arco. Una torre alta fino al cielo con strette feritoie per gli arcieri, in caso il castello avesse avuto bisogno di difese.
La prigione era grande come un isolato. Ospitava oltre trecento detenuti, uomini e donne, dai ladri agli assassini.
E una famiglia.
La mia.
Io ero la figlia del guardiano.

Jerry Spinelli, La figlia del guardiano, traduzione di Manuela Salvi, Mondadori, 2017, pp.312, €16

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