L’incipit della settimana: Lynda Mullaly Hunt, Una per i Murphy

Seduta nel retro della macchina dell’assistente sociale, cerco di ricordare mia madre quando mi diceva di non mostrare mai di avere paura. Sarebbe delusa se mi vedesse ora.

Qui a tremare. Senza nemmeno combattere.

L’assistente sociale, la signora MacAvoy, esce dal parcheggio dell’ospedale mentre gioco con la chiusura elettrica della portiera. Chiusa. Aperta. Chiusa. Aperta. Mi lancia un’occhiata dallo specchietto e dice: «Smettila, per favore. La portiera deve restare chiusa».

Mi piace quando la gente dice per favore mentre invece sembra che ti vogliano staccare la faccia. Smetto.

Ma non lo stavo facendo per dare fastidio a lei, come pensa.

Solo che non riesco a stare ferma. Ed è sempre meglio che saltare da un’auto in corsa.

Le mie dita giocano col braccialetto dell’ospedale.

Guardo il mio nome. Carley Connors. Tredici lettere.

Si può essere più sfigati di cosi?

Penso a mia madre. Sempre immobile, stesa nel suo letto d’ospedale come una melanzana. Mi chiedo se sia ancora cosciente. Mi chiedo perché nessuno mi dice cosa le sta succedendo. E mi chiedo perché ho smesso di domandarlo.

Linda Mullaly Hunt, Una per i Murphy, traduzione di Sante Bandirali, Uovonero, 2018, pp. 245, €14

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