L’incipit della settimana: Sophie Anderson, La casa che mi porta via

La mia casa ha le zampe di gallina. Due o tre volte l’anno, senza il minimo preavviso, si alza e nel cuore della notte se ne va dal luogo in cui abitiamo. A volte cammina per centinaia di chilometri, altre per migliaia, ma il punto in cui si ferma è sempre uguale: isolato, tetro, ai margini della civiltà. Si rannicchia in boschi cupi e impervi, attraversa sbatacchiando macchie di tundra spazzate da venti gelidi, si acquatta tra ruderi diroccati all’estrema periferia delle città. In questo momento è appollaiata su una cengia rocciosa in cima a una montagna brulla. Siamo qui da due settimane, e ancora non ho visto anima viva. Di morti, ovviamente, ne ho visti un mucchio. Vengono a cercare Baba, e lei li accompagna al Cancello. Ma le persone vere, vive, che respirano, loro se ne stanno tutte in città o nei paesi, ben più in basso rispetto a dove siamo noi. Se fossimo in estate, magari qualcuno di loro si spingerebbe sin quassù a fare una passeggiata, o un picnic, o anche solo a guardare il panorama. Forse, chissà, mi sorriderebbe e farebbe ciao. Potrebbe passare qualcuno della mia età… magari addirittura un intero gruppo di ragazzini. Si fermerebbero al ruscello a fare un tuffo per rinfrescarsi. E magari mi inviterebbero a unirmi a loro. «Come va con lo steccato?» grida Baba dalla finestra aperta, strappandomi ai miei sogni a occhi aperti. «Ho quasi finito.» Incastro un altro femore nel muretto di pietra. Di solito conficco le ossa direttamente nel terreno, ma il fondo qui è troppo sassoso, e così ho costruito un recinto di pietra alto fino al ginocchio tutto intorno alla casa, ci ho infilato dentro le ossa e in cima ho appoggiato, in equilibrio, i teschi. Ma di notte continua a crollare. Non so se è per il vento, per gli animali selvatici, o per colpa di morti maldestri, ma da quando siamo qui non c’è stato giorno in cui non abbia dovuto ricostruirne un pezzetto. Baba dice che lo steccato è importante, perché tiene lontani i vivi e come un faro attira i morti. Ma non è per quello che lo aggiusto. Mi piace lavorare con le ossa perché una volta, tanto tempo fa, anche i miei genitori le hanno toccate, quando costruivano gli steccati e accompagnavano i morti. A volte mi sembra di ritrovare sospesa nelle ossa gelide un’ombra del tepore delle loro mani, e così riesco a immaginarmi la sensazione di stare davvero tra le braccia dei miei genitori. È una carezza e un graffio al cuore nello stesso tempo.

Sophie Anderson, La casa che mi porta via, traduzione di Giordano Aterini, Rizzoli, 2019, pp.330, €17

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