Mary Shelley, Frankenstein

Vi é sempre una certa speranza negli occhi di chi genera una nuova vita di sentire una profonda appartenenza a quel mondo immenso davanti ai propri occhi, la speranza di poter amare la vita e, beffando la morte, di continuare a perdurare in questo mondo.
Non vi era gioia negli occhi di Victor Frankestein al momento della creazione del Mostro, nessun grido di felicità ma soltanto orrore e raccapriccio.
Questa storia racconta la sofferenza di ogni uomo solo, emarginato dalla realtà a cui appartiene e alienato dalla società.
É stupefacente che proprio una donna, Mary Shelley, seppur emancipata e figlia di illustri scrittori, abbia dato vita ad un’opera così complessa e completa, innovativa e moderna, in grado di rompere gli schemi prefissati da una cultura profondamente bigotta e prettamente maschilista. Questa è la storia di un Mostro al quale non è stato donato neppure un nome, rimasto deluso dalla vita, incapace di provare sentimenti nobili poiché la sua esperienza lo ha condotto in sentieri ombrosi e oscuri.
L’autrice riveste il Mostro del ruolo del miserabile, del reietto, in modo che possa diventare una sorta di anti-eroe e in questo modo ottenere nei confronti della vita e dei malvagi la sua vendetta e di tutti gli altri uomini e donne che hanno provato sulla loro pelle questo atroce sentimento di abbandono. Come Prometeo strappò agli dei il fuoco per donarlo agli uomini così la creatura di Frankestein, Nuovo Prometeo, ottiene la sua rivincita nel fuoco e nel sangue, perdendo poi ogni cosa.

Margherita Romiti

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