Edward Morgan Foster, Maurice

<<Avrebbe potuto morire per un amico come quello, avrebbe permesso a un amico come quello di morire per lui; avrebbero compiuto qualsiasi sacrificio l’uno per l’altro, il mondo non avrebbe contato niente per loro, né la morte né la lontananza né la collera avrebbero potuto dividerli, perché “questo è il mio amico”.>>

 

La bellezza di Maurice non sta solo nella rappresentazione poetica, seppure molto verosimile, dell’amore, ma anche nel racconto del percorso interiore del protagonista, all’interno di una società, quella dell’Inghilterra di fino Ottocento, impantanata nei propri schemi raffermi  e nei propri tabù.

Maurice rimane isolato con se stesso, costretto a farsi strada tra un ostacolo e l’altro, cercando di appigliarsi alle poche informazioni che riesce ad ottenere, per capire la propria identità, perché i personaggi  hanno una visione completamente distorta dell’omosessualità: la negano,  la considerano una malattia o sono pronti a condannarla, per evitare ad ogni costo di doverla affrontare.

Alla fine la felicità sia per Maurice che probabilmente per l’autore, il quale mentre era in vita non ha mai permesso la pubblicazione del libro, è una felicità  essenzialmente privata, che si consegue liberandosi dai vincoli di una mentalità che sembra non poter cambiare mai. E ancora oggi è impossibile annientare definitivamente questa consuetudine, perché nella realtà non esistono gli eroi. I cambiamenti sono frutto di molti tentativi che, anche se all’apparenza fallimentari, nel tempo si rivelano determinanti.

 

Flaminia Zilletti

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