Ruta Sepetys, Avevano spento anche la luna

“Non devi concedergli niente, Lina, nemmeno la tua paura.”

E così, anche una sola notte, può sconvolgere la tua vita.

Eri abituata a svegliarti la mattina con un’invitante tazza di tè accompagnato con dei deliziosi biscotti, a salutare mamma e papà e a vivere i tuoi quindici anni solo come una quindicenne saprebbe vivere: con spensieratezza, un pizzico di libertà, di pazzia e di voglia di vivere.

Tutto ad un tratto apri gli occhi e ti ritrovi in un mondo estraneo. Un mondo crudele, un mondo malvagio.

“DAVAI!”, urlano i soldati.

E’ l’anno 1941 e la Lituania è stata ormai invasa dall’Unione Sovietica.

L’universo è diviso in due società: la società comunista e la società capitalista.

Da una parte una forte regolamentazione e dall’altra la libertà di iniziativa.

“Avevano spento anche la luna” è raccontato attraverso gli occhi di Lina, una quindicenne spaventata, che non riesce a capire perché si ritrovi in Siberia a lavorare, dopo un interminabile viaggio, ad essere trattata non più come un essere umano, ma soprattutto il perché si trovi lì.

Pagina dopo pagina cercavo di credere che tutte le parole che leggevo fossero solo parole inventate dall’autrice, perché non è accettabile che un essere umano possa essere calpestato nei suoi diritti fondamentali. Ed è incredibile con che forza di volontà Lina sia potuta andare avanti, sopravvivere, quando l’Unione Sovietica, ma in primo luogo Stalin, le aveva trascinato via tutto.

Spero vivamente che il contenuto del libro non venga mai dimenticato, e che persone, che non sono minimamente degne di essere chiamate persone, come Stalin e Hitler non esistano più e che tutti si rendano conto che un passato con una storia del genere deve essere solo ricordato con dolore, e mai più replicato.

Chiara Principe

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