Stefano Benni, Cari mostri

“Ora tu, Jimmy dito-nel-naso, mi chiedi “come si fa ad essere sicuri che è una storia vera?” e io ti dico, piccolo rompiballe, che nel nero mondo delle storie spaventoidi c’è sempre il dubbio se siano vere o inventate, ma dal momento che ti sono entrate in gola e nei sogni e nei ventrani ebbene sono vere, anzi più verissime delle vere perché tutto ciò che ti fa galoppare il cuore e rizzare i capelli e stringere il buco del culo è vero […]”

 

Prima di raccontarvi delle storie dentro questo libro mi piacerebbe, cari lettori, raccontarvi la storia al di fuori di questo. Il libro arriva da un book exchange, un giro particolare di libri e persone che me lo ha portato fra le mani per mezzo di Marta, cui ancora sono riconoscente.

Nella prima pagina

“… Benni ci ha azzeccato pure questa volta, fa paura tanto è reale nel teorico e surreale nel pratico. Spero ti piaccia”

Allora, per chi conosce Stefano Benni si prepari ad essere stupito. Per chi non lo conosce beh, lo conosca per piacere!

 

Il libro è una serie di racconti, e fin qui siamo ancora in stile Benni. La particolarità sta nel fatto che sono racconti Horror, ma ovviamente essendo Benni non poteva scrivere qualcosa di classico. Lui fa quello che a un po’ tutti piacerebbe fare, salta da un genere all’altro permettendosi tanti stili diversi (mantenendo una coerenza e un’ironia di fondo che sono un inconfondibile firma del suo modo di scrivere). Ideale per gli amanti dell’Horror, per gli amanti del divertimento e dell’ironia. Come diavolo si fa (vi starete chiedendo) a far ridere e far paura insieme? Alcuni si concludono in due pagine, alcuni addirittura hanno dei capitoli, alcuni fanno ridere, altri commuovono. Ma tutti hanno il raro pregio di far riflettere. Ed è qui che sta la vera paura, non il viscerale spavento che passa dopo essersi ricordati di essere sul proprio divano al sicuro. Quella che nasce piano piano dal fondo del cervello.

 

Esistono due modi di fare paura. O fai qualcosa di tanto surreale che non sai cosa aspettarti e a un certo punto arriva il colpo di scena e te la fai sotto tipo Alien, oppure cali la trama dentro una storia tanto verosimile da generare l’inquietudine del “tratto da fatti realmente accaduti” come in Shining.

Nessuno di questi racconti fa paura (se volete la caga quella vera vi conviene leggere Edgar Allan Poe) ma tutti lasciano un filo di Arianna per qualcosa di reale (indipendentemente dal fatto che siano realistici inverosimili), un riscontro nella vita, un senso interpretabile, palese o nascosto che ha un modo di essere trovato nel quotidiano. Ed è lì che parte una cascata di pensieri e l’inquietudine degna dei migliori racconti horror. Perché non anche se chiudi il libro e lo lasci sul comodino qualcosa ti è rimasto a frollare nella testa. Considerazioni che estrapolate dal contesto e dal personaggio che le esplicitano sono stranamente calzanti. I vostri compagni in questo viaggio, se deciderete di intraprenderlo, saranno streghe, mostri, alieni, maghi, fantasmi ma (molto più mostruosi) gatti, imprenditori, cellulari, pop star e relativi fan, scienziati, numeri e parole.

 

“Si, forse la vita è questo. Si procede tra normalità e paura e si aspetta ogni volta di tornare alla nostra dimora e di trovare un po’ di quiete, un rifugio”

Come dice Marta: “fa paura tanto è reale nel teorico” e la cosa che fa più paura è che alcuni sembrano dei semplici racconti divertenti, un po’ bizzarri, sagaci e non realizzi subito dove sta la trappola. Ma poi questa esce, te la trovi per strada andando a scuola e allora ti si ricollega quella frase che avevi letto un po’ di fretta e i pensieri che credevi di aver lasciato chiusi sul comodino assieme al libro sono li con te. Capisci cosa intendeva Benni. La parte terrificante è riconoscersi in una piccola mostruosa sequenza di parole che immaginavi innocua e che ora ti rovescia in una mare di pensieri. Pensieri su quel che siamo e su quel che ci circonda, che sembra impossibile vengano fuori da quel libricino.

 

“Ma quando si perde la fiducia che i malvagi possano cambiare allora si diventa malvagi. […] L’orgoglio, la solitudine, la delusione, non possono essere un alibi”

 

Benni gioca con quella parte di noi di cui non ci piace sempre ammettere l’esistenza ma lo fa con la leggerezza dello scherzo, con la maschera del surreale, con la semplicità di un breve racconto che pur non essendo seriosi raggiungono la serietà necessaria per toccare nel profondo.

Non vi svelo il finale perché ognuno giunge fin dove è disposto a farsi trasportare. Lasciatevi sorprendere. Grazie Marta.

 

“Di paura si deve morire. Il resto sono solo piccoli turbamenti, spaventi da salotto.

L’abisso non ha comodi gradini.”

Michele Vico

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