J.D. Salinger, Il giovane Holden

New York, 1948. L’Italia ha appena aderito al piano Marshall, il governo americano riconosce la Corea del Sud come stato autonomo, l’ONU si mobilita contro il crimine di genocidio, negli Stati Uniti Harry Truman e Thomas E. Dewey si contendono l’Ufficio Ovale; ma nulla di tutto ciò sembra tangere Holden Caulfield, ormai in preda ad uno stato di completa apatia dal quale nemmeno l’espulsione dall’ennesima scuola privata sembra poterlo liberare. Pur di aggirare, seppur temporaneamente, la reazione dei genitori il sedicenne decide di rifugiarsi tra i vicoli della città che non dorme mai, vivendo ogni suo aspetto tra bicchieri una volta colmi di whisky e mozziconi che ormai ristagnano calpestati sui marciapiedi, con le note di un sassofono che suona una melodia swing ancora sospese tra i muri di bar squallidi e ormai sgombri. Un’Odissea nell’animo inquieto e travagliato di un adolescente esaurito e consumato fino all’osso a cui sembra non resti più nulla da perdere. Un senso di profonda incompletezza si annida nel cuore di Holden, un vuoto che lo spinge a prendere la sua vita così com’è, abbandonandosi e lasciandosi cullare dai piaceri fatui che gli fanno pensare che, forse, le cose non vanno male come può parere, nel tentativo di trascurare quelle che sono delle insicurezze indomite che tentano lentamente di sopraffarlo. “Il giovane Holden” rappresenta, nel panorama dei romanzi di formazione, una vera e propria svolta che segue meticolosamente un’adolescenza ben più vicina e analoga a quella vissuta ai giorni nostri. Definirlo un must è dir poco.

Francesco Amodio

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