L’incipit della settimana: Catherine Egan, La figlia della strega

Il pavimento è freddo sotto i miei piedi nudi. Florence e Chloe respirano profondamente, immobili. Deve essere almeno l’una di notte, forse più tardi. Le molle arrugginite della mia brandina strepitano quando mi alzo, ma le due figure dormienti non sembrano risentirne. Senza dubbio sono abituate al rumore, dato che le nostre brande urlano come vittime di un assassinio ogni volta che ci rigiriamo. Passo accanto ai loro letti in punta di piedi, con una mano ruoto la maniglia della porta, che non cigola quando la apro. Per forza, la settimana scorsa ho oliato i cardini e ho svitato la maniglia, l’ho pulita e l’ho montata di nuovo. Ma per le molle del letto non c’era proprio niente che avrei potuto fare. Un raggio di luna s’infila tra le tende e illumina appena il piccolo sottotetto dove dormiamo noi cameriere, ma la scala è buia. Con una mano tengo una candela, spenta, nel suo piedistallo di ferro, con l’altra chiudo la porta alle mie spalle.

Le stanze da letto dei padroni sono tutte al secondo piano, come pure il bagno. L’orologio del pianerottolo segna quasi le due del mattino, ma da sotto la porta di Frederick filtra una luce. La cosa non mi preoccupa più di tanto. È molto probabile che si sia addormentato su un libro. Le scale che portano al primo piano sono più ampie. Le scendo in fretta, con una mano sul muro a farmi da guida nel buio. So già quali sono i gradini che scricchiolano, quindi faccio in modo che la mia discesa sia silenziosa. Ecco la biblioteca, la stanza della musica, la sala di lettura della signora Och e la mia destinazione di questa notte: lo studio del professor Baranyi. Non lo puliamo mai, quindi non ci sono mai entrata. Di notte è chiuso a chiave.

Non che una serratura costituisca poi un grave ostacolo.

Catherine Egan, La figlia della strega, traduzione di Francesca Capelli, Il Castoro Hotspot, 2017, pp. 368, €16.50

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