L’incipit della settimana: Luigi Garlando, Io e il Papu

La mia gola è un pozzo così profondo che le parole non hanno fatto rumore quando sono precipitate giù. Margot dice cose strane di questo tipo perché è strana lei, a cominciare dal nome che termina con una consonante, dalle parolacce che spara a raffica e dalla pelle bianchissima, quasi trasparente. Si intravedono perfino le vene azzurre che si incrociano come le righe di un quaderno. Non la ricordo una sola volta stesa al sole ad abbronzarsi o in acqua senza una maglietta addosso. Neppure con una crema a protezione mille si sentirebbe al sicuro.

Lei ci scherza su: “Se una lucciola mi sfiora, mi scotto.”

Anche i capelli sono quasi bianchi, molto più che biondi. Mia cugina Margot è un bagliore unico, se giri l’angolo di una strada e la incroci è come se ti piantassero una torcia negli occhi: prima ti acceca, poi ti saluta. quando entra in una stanza buia, mi aspetto sempre che possa risplendere come le madonnine fosforescenti ripiene di acqua santa.

Ma tutta la luce che sprigiona non si disperde all’esterno, gran parte le resta dentro sotto forma di energia. Margot è una batteria sempre carica fino all’ultima tacca. A vederla così gracile e pallida, con due rametti al posto delle braccia e il naso a punta, che sembra sempre appena temperato, nessuno può immaginare quanto sia forte.

Per capirlo una volta per tutte bastava esserci quel giovedì a scuola quando giustiziò Moreno Guberti.

 

Luigi Garlando, Io e il Papu, 2017, Rizzoli, pp 225, €16.

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