L’incipit della settimana: Paola Zannoner, L’ultimo faro

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È presto, fa un caldo insopportabile e tutto mi manda fuori di testa.
Il suono assordante delle cicale che si insinua ovunque, persino nelle cuffie, oltre la musica.
Il riverbero accecante del sole, che mi punta dritto negli occhi come una sciabola laser, nonostante gli occhiali scuri: quella robaccia che ho comprato al mercato per due soldi perché non potevo permettermi altro.
Mi infastidisce addirittura l’alito marino che mi solletica il naso e mi ha provocato una serie di starnuti in batteria. Uno strazio.
Mi vedo già morta qui, in questo minuscolo lembo di terra isolata, una specie di penitenziario dove sono stata obbligata a venire insieme a un piccolo drappello di coscritti.
Siamo tutti “ragazzi problematici”, casinisti, piccole promesse criminali, insomma, costretti a trascorrere tre settimane in un cosiddetto campo vacanza, una di quelle definizioni scolastiche che mettono insieme il campo di lavoro con un concetto che non c’entra niente, ovvero la vacanza. Per me, la vacanza è una dimensione fantastica, di lusso come nelle pubblicità, dove te ne stai in panciolle tutto il santo giorno, e magari passi la serata a sentire musica, bere, fumare e divertirti. Campo invece mi suona come la parola scuola dove “educare” significa rimproverare (e umiliare anche) con ramanzine piene di esempi detestabili, tutti basati sul sacrificio personale e sullo studio, sulla responsabilità e sulla volontà. Ora, quanto a sacrificio, io ho già dato; quanto a responsabilità, nessuno se la prende mai… e dunque nella vita l’unica via è riuscire a tirare avanti, senza pensarci.

Paola Zannoner, L’ultimo faro, De Agostini, 2017, pp. 363, €14,90

 

 

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