L’incipit della settimana: Sarah Crossan, One

Sorelle

 

Siamo
qui.
E siamo vive.
Non è un miracolo?
Il fatto stesso
che
esistiamo.

 

 

La fine dell’estate

 
Il fiato caldo dell’estate comincia a rinfrescarsi.
La notte cala sempre più presto.
E a un bel momento,
la mamma ci annuncia che io e Tippi
non studieremo più a domicilio.
“A settembre
andrete a scuola
in una classe normale,
come tutti gli altri ragazzi,” dice.
Io non faccio
obiezioni.
Io ascolto
e annuisco
e tiro un filo che penzola dalla camicia
finché un bottone
si stacca.
Ma Tippi non se ne sta zitta.

Esplode:
“Vuoi scherzare?
Ti ha dato di volta il cervello?” urla,
e poi litiga per ore con mamma e papà.
Io ascolto
annuendo
e mi mangio le pellicine delle unghie
fino a farle
sanguinare.
Alla fine la mamma si massaggia le tempie, sospira e ci parla con franchezza.
“Le donazioni sono finite.
L’istruzione domiciliare è un lusso che non possiamo più permetterci.
Questo è quanto.
Vostro padre non ha ancora trovato un lavoro,
lo sapete meglio di me,
e la pensione della nonna
non basta nemmeno per la bolletta della tv via cavo.”
“Voi ragazze siete costosette,” aggiunge papà,
come se i soldi spesi per me e Tippi
– le fatture dell’ospedale, i vestiti su misura –
li potessimo risparmiare
se solo noi due
ci comportassimo un po’ meglio.
Io e Tippi non siamo esattamente “normali”,
sapete?
Non siamo come le persone

che vedete tutti

i giorni –
o in una qualsiasi delle vostre giornate,
se è per questo.
Le persone con un minimo di buona educazione
ci chiamano “gemelle siamesi”,
ma ci hanno affibbiato anche altri appellativi:
scherzi di natura, creature diaboliche,
mostri, mutanti,
una volta perfino “demone a due teste”,
e in quell’occasione ho pianto così tanto
che ho avuto gli occhi gonfi per una settimana.
Ma è innegabile che siamo diverse.
Noi due siamo sempre appiccicate l’una all’altra,
letteralmente:
stesse ossa, stesso sangue.
È per questo
che
non siamo mai
andate a scuola.
Per anni abbiamo scaldato i composti chimici
sul tavolo della cucina
e usato il nostro cortile come palestra.
Ma ora
non c’è più modo di evitarlo:
dobbiamo andare a scuola.
Non andremo però in una scuola statale
come nostra sorella Drago,

dove trovi ragazzi che puntano il coltello agli insegnanti
e sniffano colla a colazione.
No, no, no.
Il Comune non ci finanzierà l’istruzione domiciliare
ma sgancerà i quattrini
per un posto
in una scuola privata
– la Hornbeacon High –
e la Hornbeacon, bontà sua, ha concesso che un solo posto
valga per entrambe.
Dovremmo ritenerci fortunate, immagino.
Ma “fortunate” non è
l’aggettivo
più appropriato
per noi.

Sarah Crossan, One, traduzione di A. Peroni, Feltrinelli Up, 2017, pp.400, €15

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