Tre domande a Kim Slater

 Come nasce il suo percorso di scrittrice e, in particolare, di scrittrice per ragazzi?

SLATER: La risposta alla prima domanda è che ho sempre amato leggere, e ad un certo punto ho cominciato a scrivere delle storie sperando che qualcun altro avrebbe voluto leggerle, così come io ho letto le storie di altri scrittori. La seconda domanda si lega alla prima, per il semplice fatto che, in realtà, originariamente non scrivevo per ragazzi. Scrivevo gialli, thriller, crime stories, romanzi che avevano un’inclinazione per adulti. Il problema era che tutti si rifiutavano di pubblicarmeli, motivo per il quale ho detto: “Vediamo cosa posso fare”. Ed una delle cose che ho fatto è stato riscrivermi ad un corso di scrittura creativa all’università, all’età di quarant’anni, per affinare la capacità di scrivere che possedevo, ma che necessitava forse di ancora un po’ di lavoro. Sono stata messa alla prova: all’università mi hanno obbligata – faceva parte del corso – a scrivere anche di generi che non avevo mai toccato prima perché semplicemente non mi interessavano, di conseguenza non pensavo di essere altrettanto brava. Uno di questi, era la scrittura per ragazzi. Questo genere che era per me un sfida, è stato al centro di una storia breve di cinque pagine, che ho scritto per un compito universitario. Il titolo era Smart, il protagonista era Kieran, parliamo dell’origine di questo libro. E’ nato da lì, da un esercizio su un genere che non avevo assolutamente sentito come mio.

Una nostra redattrice che si chiama Sofia mi ha detto che a lei è sembrato che Smart si riferisse ad una piccola tradizione, che nasce con la storia de Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte e prosegue con un titolo come Il mistero del London Eye ma le sembrava anche che lei si fosse inserita in questa tradizione in maniera originale, ad esempio non identificando Kierean con un disturbo ben preciso. Quindi voleva sapere se lei è consapevole di questo filone narrativo e se lei è consapevole di averci giocato in maniera creativa. 

SLATER: Sì, ho letto ed amato Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte. La cosa curiosa è che in effetti non mi sono stupita del fatto che parecchia gente abbia notato un’affinità tra i due romanzi. Ne sono lusingata, è un paragone di certo positivo. Non è una cosa che ho cercato in un anticipo, non ho cercato d inserirmi in un filone, o di copiarlo in alcun modo. Ognuna delle due storie ha delle caratteristiche molto diverse dall’altra: per esempio, parlando di Kieran, non è un caso che non ci sia mai scritto nel libro che è autistico. Con la parola “autistico” lo etichetto, e permetto ai ragazzi che leggono di sapere immediatamente come identificarlo e come classificarlo, anche senza malignità. Se invece non la inserisco, il lettore non potrà fare altro che scoprire i pregi, i difetti e le caratteristiche di Kieran leggendo la storia poco a poco, ed a quel punto si chiederà: ” Ma è autistico? Lo è davvero? Com’è?”. E la domanda rimarrà parte integrante della sua esperienza di lettura.

Andrea, invece, vuole sapere se c’è un motivo particolare per cui la vittima è una senzatetto, e se si tratta di una causa che le sta particolarmente a cuore.

SLATER: L’essere senzatetto è un tema che mi è caro. Il libro non è partito dall’omicidio del senzatetto, però,  ma dalla voce del personaggio di Kieran nella mia testa. A casa, mentre scrivevo il libro, guardavo fuori dalla finestra e vedevo il fiume che corre lungo Nottingham. Mi domandavo: ” E se Kieran trovasse un cadavere nel fiume? Se questo cadavere fosse il cadavere di qualcuno che la polizia, tutto sommato, considera poco importante? Una persona che alla maggior parte della gente potrebbe non mancare, la cui morte potrebbe non interessare nemmeno ai più”. Purtroppo, questa è la definizione di un senzatetto per la maggior parte delle persone. Kieran, però, è in grado di vederlo diversamente, da un’altra prospettiva. E a quel punto, dopo aver definito la sua figura, mi sono detta: “Come lo sviluppo? Che vita ha avuto alle spalle quest’uomo, questo senzatetto?”. Anche il personaggio di Jean ha cominciato a chiedersi cosa potesse raccontare di lui senza cadere nei soliti stereotipi, in modo da sviluppare nel lettore una sua personale opinione sull’argomento.

Intervista condotta da Margherita, Emma e Sarah con domande del gruppo 11-14. Traduzione a cura di Chiara Codecà.

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