Elevarsi vertiginosamente al di sopra del quotidiano: questa è la letteratura. Intervista a Timothée De Fombelle (Rimini, Mare di Libri, 13 giugno 2015)

SARAH: Buongiorno, quella che vedete all’opera è la redazione del blog qualcunoconcuicorrere.org. Veniamo da Firenze e ringraziamo moltissimo lo staff di Mare di Libri per averci dato l’opportunità, della quale siamo molto orgogliosi, di presentare a tutti voi Timothée De Fombelle. Le cronache ci dicono che Timothée De Fombelle è nato a Parigi nel 1973, che è stato insegnante di lettere, che si è dedicato al teatro fin dal 1990, e che è giunto alla narrativa per ragazzi nel 2006.

EMMA: Iniziamo con una domandina facile facile: perché scrivere? E perché scrivere per ragazzi? La scrittura per ragazzi e la scrittura per il teatro sono due mestieri diversi?

TIMOTHÉE: Domanda molto buona, facile facile, per cominciare, che ci permetterà di svegliarci un po’, in questo sabato mattina. Io credo di essermi messo a scrivere soltanto perché è una forma di creatività facile, che non necessita di strumenti particolari: una piccola penna, come questa, un foglio di carta, come questo, e tutto diventa possibile. Ho degli amici che dipingono, e hanno bisogno di passeggiare con delle valigie, con dei pennelli, per creare; ho degli amici che fanno del cinema, e hanno bisogno di cinque milioni di dollari per creare. Stamattina, facendo colazione, io avevo un piccolo taccuino, una penna, e già avrei potuto, se avessi del talento, forse, creare un capolavoro.

Quando scrivo per i ragazzi, credo di scrivere per i migliori lettori. Ho l’impressione che i giovani lettori, quando leggono un libro, siano colpiti per tutta la vita da ciò che leggono; è stato il mio caso, tra i dieci e i quindici anni. Quando incontro dei giovani lettori, sono sconvolto nel vedere la responsabilità che dà la scrittura per i ragazzi.

Scrivere per i ragazzi non è mai abbassare il livello della letteratura: per me è sempre, al contrario, tentare di concentrare al massimo, di arrivare all’essenza della letteratura, cioè all’emozione, al riso, alle lacrime, alla fragilità della vita.

Intorno a me ci sono sempre persone, amici, che mi dicono: “Ma quand’è che cresci? Quand’è che scrivi un libro per i grandi?” E io rispondo: “Perché? Io posso raccontare esattamente tutte le storie che ho nella testa e nel cuore senza che questo debba essere riservato solo agli adulti. Infatti, i miei libri sono letti sia dai ragazzi che dagli adulti.

FLAMINIA: Nel 2006 esce in Francia “Tobia. Un millimetro e mezzo di coraggio”, seguito l’anno dopo dal secondo volume “Gli occhi di Elisha”. I due romanzi sono stati pubblicati in Italia da San Paolo. Per quei pochi che non avessero letto i romanzi, il protagonista della vicenda è un dodicenne alto un millimetro e mezzo, Tobia Lolness, appartenente ad un popolo di creature minuscole che vivono sui rami di una grande quercia, che assume per loro le dimensioni di un intero mondo. All’inizio della vicenda Tobia è in fuga a causa di una scoperta scientifica del padre Sim, che potrebbe compromettere la vita della famiglia e dell’intero albero. Questa scoperta innesca una serie di reazioni a catena che potrebbero portare ad una possibile guerra tra gli abitanti dell’albero e gli Spelati. Al fianco di Tobia, il lettore fa la conoscenza di Elisha, una misteriosa ragazzina che lo aiuterà sino in fondo.

ALESSIA: Come le è venuta in mente l’ambientazione dell’albero e l’invenzione di un popolo minuscolo?

TIMOTHÉE:  Io sono appassionato di alberi, mi arrampico sugli alberi da sempre, costruisco capanne sugli alberi, e quindi non mi sono neppure chiesto dove l’avrei ambientato. So che ci sono piccoli scrittori nascosti tra di voi, e vi dico questo: bisogna scrivere su ciò che ci appassiona; io ho pensato all’albero perché è qualcosa che mi ha sempre appassionato.

ALESSIA: I lettori di tutto il mondo hanno identificato immediatamente il messaggio ecologista del libro. Anche per lei è il messaggio principale? A cosa si deve l’attenzione all’ecologia?

TIMOTHÉE: Non avevo previsto, all’inizio, che ci sarebbe stata dell’ecologia in questa storia, al contrario volevo partire dall’immaginazione, da un mondo fantastico, e poi, scrivendo, a poco a poco mi sono accorto che quel mondo, il mondo dell’albero, assomigliava al nostro mondo. Nel libro si ritrovano tutti i temi che mi circondavano al momento in cui l’ho scritto: la fragilità del mondo, la fragilità della democrazia, e quindi l’albero assomigliava sempre di più al nostro pianeta. Quindi non è un messaggio particolare, quello che volevo trasmettere, ma quello che io sono passa attraverso le parole, perché la scrittura è una sorta di grande riciclaggio della nostra vita.

CARLOTTA: Nel 2009 esce in Francia “Celeste, ma planète”, pubblicato in Italia con il titolo “Tu sei il mio mondo”, un romanzo breve ambientato in un futuro ipertecnologico, a metà tra storia d’amore e saggio di educazione ambientale, in cui i mali del mondo si incarnano nella fragilità di una ragazzina malata e che si chiude con un finale pieno di speranza.

“Se fosse una persona, un modo per salvarla si troverebbe”, si dice in questo libro a proposito del pianeta. Questo è il suo pensiero? Condivide realisticamente l’ottimismo del libro?

TIMOTHÉE: L’idea che ha portato a questo libro è una piccolissima idea, un’idea minuscola, che diceva semplicemente: se il pianeta fosse una persona, avremmo voglia di salvarla? Tante volte le storie cominciano così, con un’idea infinitesimale, che poi si ispessisce, si sviluppa, fino a diventare un romanzo. È vero che nel romanzo di cui si parla, il messaggio era un po’ più pesante da portare, era preminente: ho creato, poi, la storia, per trasmettere quel messaggio. Realizzo ora, rispondendovi, che è la sola volta che per me è andata così: con un messaggio e il problema di come trasmetterlo, con quale busta inviarlo ai lettori.

ABBA: Nel 2010 esce il primo volume di un nuovo dittico, ambientato tra le due guerre, con uno straordinario eroe, Vango Romano, perennemente in fuga, alla ricerca del suo passato e del suo futuro. Il romanzo inizia proiettando il lettore in uno scenario mozzafiato, con il protagonista costretto alla fuga durante la cerimonia della sua ordinazione sacerdotale a Notre Dame, inseguito dalla polizia senza conoscerne il motivo. Lungo le quasi mille pagine dei due volumi, il lettore sarà trasportato continuamente tra il mar Mediterraneo, la Scozia, l’Unione Sovietica, gli Stati Uniti, Parigi, su navi, treni e addirittura sul dirigibile Graf Zeppelin. Tra inseguitori ed inseguiti, tra vittime e carnefici, il lettore incontrerà una galleria di personaggi indimenticabili.

ELEONORA: Con Vango assistiamo per la prima volta ad un’ambientazione ben definita, nei tempi e nei luoghi, tanto che compaiono persino personaggi realmente esistiti come Stalin. Sentiva l’esigenza di cambiare rispetto a Tobia? Perché ha scelto il periodo tra le due guerre?

TIMOTHÉE:  In effetti per Vango è andata proprio così: sono disceso dal mio albero… Mi ricordo bene, quando ho cominciato a scrivere, il piacere che provavo nello scrivere una storia che si svolgeva sulla nostra terra. Fin dal primo capitolo, ho parlato del rumore del mare, di una cattedrale, delle rondini, tutti elementi che non avevo potuto mettere sul mio albero. Ma volevo comunque mettere un po’ di distanza tra questa storia e il nostro tempo; ho scelto questo periodo, quello tra le due guerre che per me, è terribile da dirsi, ma è un terreno di gioco straordinario, pur essendo un periodo tragico. Qualche giorno fa mi sono chiesto, visto che nel mio prossimo libro ritorna, a tratti, questo periodo, come mai io abbia un’ossessione per l’epoca tra le due guerre, e credo di avere la risposta.

Credo che gli anni ’30 siano come una forma di adolescenza, un momento in cui tutte le decisioni determinano un cambiamento della vita, ogni scelta che viene fatta può volgerla al meglio o al peggio, un momento di incredibile intensità, e penso che, oltre ad avere scelto un eroe adolescente, ho scelto anche un periodo storico adolescente.

ABBA: Perché l’Italia è così importante in Vango?

TIMOTHÉE:  Per prima cosa, perché adoro l’Italia. Mi infastidisce un po’ dirlo qua, perché detesto la demagogia, ma è la pura verità. Anche se mi trovassi ad Hong Kong, direi lo stesso. E poi, ho voluto partire per quattro mesi, installarmi nella piccola isola di Salina, nelle isole Eolie, per costruire una storia. La casa nella quale ho vissuto è la casa natale di Vango. In effetti non è la casa natale, ma la casa dove vive a partire dai tre anni, e in effetti non si sa da dove venga, ma quando si leggono per intero i due libri, si scopre che poi, sfortunatamente, non . è poi così italiano come sembrava. Quando è uscito il libro, riuscivo immediatamente a smascherare i giornalisti italiani che non erano arrivati in fondo al libro, che mi rimproveravano il fatto che Vango non fosse un nome italiano, e io dicevo: “Capirete, capirete…”, e in effetti Vango è un nome greco, diminutivo di Evangelisto. Voglio lasciare un po’ di sorpresa per chi si getterà, dopo avermi ascoltato, nella lettura del libro, ma vi anticipo solo che sua madre è greca e suo padre è russo, e che quindi Vango è un italiano d’adozione, un po’ come me.

MARGHERITA: Perché sente congeniale la dimensione dei due romanzi? Sembra quasi che nel primo volume lei si diverta a disegnare degli scenari complessi, per poi rimettere a posto i tasselli nel secondo…

TIMOTHÉE: Questa è la mia maniera di scrivere, sono desolato per i lettori che amano la semplicità e la trasparenza… scegliete altri libri! Ma, al contrario, se amate i libri che mantengono le loro promesse, che disegnano degli enigmi ma alla fine danno tutte le soluzioni, magari anche dopo 600 pagine, allora leggete i miei libri. Come lettore, io appartengo a questo genere, non amo gli autori che mi fanno delle promesse che non riescono a mantenere. Quindi, io faccio sì che il mio lettore si perda un po’, lo faccio un po’ smarrire, per poi farlo ritrovare. Se io avessi cominciato la storia raccontandovi che Vango è nato un giorno di settembre, etc., vi sareste addormentati dopo dieci pagine. Io prendo la storia in mezzo, al cuore della vicenda, e correndo con Vango, vi faccio scoprire da dove viene e dove va.

Ci sono dei progetti cinematografici a proposito di alcuni dei miei libri, e i produttori mi chiedono se posso rimettere in ordine le storie, la cro – no –lo –gi – a! Io di co loro che ci proverò, e del resto è anche un buon esercizio quello di ricercare la cronologia delle vicende dei miei romanzi.

SARAH: Ci sono due situazioni in cui i personaggi dei suoi libri si ritrovano spesso: la fuga e la sospensione ad altezze vertiginose. Per quale motivo le sembrano situazioni così interessanti dal punto di vista narrativo?

TIMOTHÉE: Domanda molto bella, come tutte le domande fino ad ora. Per prima cosa la fuga: la fuga per me è una specie di motore da accendere all’inizio di una storia, e per un autore questo è molto rassicurante. Io utilizzo due motori: un motore posteriore, la fuga, e un motore anteriore, la conquista. Con questi due motori, io mi sento in sella ad una Lamborghini. Amo i personaggi che sono inseguiti da dei nemici, e sono inseguiti anche dal loro passato.

Poi l’altezza, la verticalità: questo io penso che sia semplicemente la voglia di elevarsi al di sopra della quotidianità: per me questo è il ruolo della letteratura.

In Vango c’è un personaggio che si chiama La Talpa: a dispetto del suo nome, è un personaggio claustrofobico, che vive sui tetti di Parigi. Non riesco veramente a comprendere il perché, forse mi ci vorrebbe uno psicanalista, ma sento costantemente il bisogno di salire verso l’alto, sulle cime degli alberi come sulla torre Eiffel.

Avete ben riassunto le mie due ossessioni: la fuga e l’altezza: in effetti io utilizzo il ritmo della fuga per portare il mio lettore un po’ più in alto. Ci vuole molta energia per elevare il lettore, come un aereo che ha bisogno di molta energia al decollo.

SARAH: Ci può anticipare qualcosa sul prossimo libro che potremo leggere in italiano?

TIMOTHÉE: Il prossimo libro che comparirà in Italia in autunno si intitola “Le livre de Perle”. È un libro che è un po’ Tobia, un po’ Vango, una sorta di matrimonio dei due universi. È la storia di un uomo esiliato, cacciato da una fiaba, che arriva in un altro mondo, nel nostro mondo nel bel mezzo del ventesimo secolo. È una storia molto nuova per me, perché mi mette in scena, mette in scena me stesso all’età di quattordici anni, ed è legata a dei ricordi personali. Scrivendo questo libro, mi è sembrato un po’ di chiudere un ciclo, che comprendeva Tobia, Vango, e “Le livre de Perle”. Alla fine di un ciclo viene sempre da chiedersi: “E ora?” “Che fare?”

Ma fortunatamente sono ancora pieno di sogni e sono già proiettato sul mio prossimo libro, una storia ambientata nel diciottesimo secolo.

 

 

 

 

 

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