Un romanzo per ragazzi deve essere bellissimo: conversazione con Benedetta Bonfiglioli

Come nasce l’idea di questo romanzo?

Questo romanzo nasce dal mio incontro con una poetessa straordinaria che si chiama Emily, che conosco da tantissimi anni e ho rincontrato un giorno grazie ai miei studenti. Io insegno letteratura inglese in una scuola superiore e un giorno, con una classe particolarmente dura ho voluto affrontare, diversi anni fa, l’Everest di Emily Dickinson che è un’autrice difficile, altissima e profondissima. Proprio per farla amare a loro, così poco poetici, ho cercato, l’ho riletta, l’ho riconosciuta e ho approfondito tante cose che avevo dimenticato ed è stato di nuovo amore a prima vista come è stato quando avevo vent’anni. Conoscendola e leggendo prima le sue poesie, che sono l’altalena che porta più in alto, ho cominciato a sentire delle curiosità che a venti anni non avevo sentito e allora ho cominciato a fare indagini diverse e allora ho letto le sue lettere.

Lei scriveva lettere, non c’erano allora i telefoni, e così lei restava in contatto con il suo mondo, che teneva sempre fuori casa, lei viveva come una reclusa fin da giovanissima. Poi dopo le lettere che mi hanno fatto vedere tante cose di lei  sono passata alle biografie, cioè a gente molto più competente di me che l’ha studiata, l’ha letta, l’ha amata…

Poi la curiosità è così, si nutre di se stessa, quindi ogni cosa che sapevo in più mi faceva venire dei dubbi nuovi, e alla fine mi sono accorta che nessuno sapeva in realtà che cosa avesse vissuto a diciassette anni questa ragazza. Si sapeva che era stata a scuola in questo collegio puritano, quindi una scuola molto particolare, ma in realtà il suo vissuto non si sapeva. Però lei in una lettera, di appena l’anno, successivo confida a suo fratello maggiore che amava tanto, che aveva cominciato a scrivere, che aveva trovato il coraggio di scrivere.

Io ho un po’ unito i puntini. C’era come dire quest’idea che mi frullava che lei doveva aver vissuto  qualcosa in quest’anno, ed è l’anno giusto secondo me, è l’anno in cui un adolescente, diciassettenne come era lei, cerca necessariamente un eco alle proprie profondità alzando lo sguardo ed è l’età giusta in cui questo si prova.

Allora ho avuto l’idea di inventarmi quest’anno della sua vita, per cui ho intrecciato fatti realmente accaduti, fatti biografici accertati tramite le lettere e altre fonti, con la massima cura che ho potuto e che ho ricostruito e le ho ricucite con la mia fantasia.

Quello che tiene insieme la mia fantasia e il taglio biografico sono le sue poesie, che vengono richiamate continuamente anche se non citate letteralmente nel testo.

Che cosa l’affascina di più del personaggio di Emily Dickinson, perché pensa che i ragazzi di oggi non debbano dimenticarla?

Innanzitutto i ragazzi di oggi sono esattamente come i ragazzi dell’epoca di Emily Dickinson. Io credo che l’adolescenza sia più una categoria esistenziale, noi siamo tutti uguali quando abbiamo quell’età lì, anche nel 1840 o quando ero adolescente io negli anni ’90 del secolo scorso, perché secondo me quello che caratterizza gli adolescenti, quindi cioè voi e quello che sarete fra qualche anno è un’ampiezza di sentire che gli adulti tante volte non hanno più.

Qualche adulto fortunato, mi viene da dire come Patrizia, o da un certo punto di vista sfortunato perché rimane questa sensibilità, questo piangere per mille cose, lo mantiene anche da adulto questo modo di sentire.

La cosa che a me piace di più di Emily Dickinson è vedere cose altissime nel quotidiano, per me questo è, come posso dire, una ricchezza che dovremmo avere tutti, cioè stupirci del bello, dell’assoluto anche nel minuscolo. Anche il titolo, quando l’abbiamo scelto, In attesa di un sole, è una citazione del libro, è Emily Dickinson, lei che si sente particella di polvere, proprio insignificante; nell’universo non c’è niente di meno utile, di bello, di una particella di polvere, però lei è lì in attesa di un raggio di sole che l’accenda.

Se entrate in una stanza un po’ polverosa, e lì vi entra dalla finestra un raggio di sole voi vedrete che la particella di polvere brilla come una gemma. E così il vedere nel niente, nel minuscolo il proprio infinito.

Se lei fosse stata Emily Dickinson si sarebbe innamorata di Nathaniel o avrebbe rispettato tutte le regole della Mount Holyoke Female Seminary diventando una signorina a tutti gli effetti?

Secondo te? Io ho la fortuna di essere nata in una famiglia magnifica e di avere due genitori magnifici. Il mio papà ha sempre cercato di farmi diventare una signorina perbene, c’è stato anche un momento della mia vita in cui il mio guardaroba era pieno di gonnelline e scarpine, ma è durato pochissimo. Non sono mai stata una signorina, sono perbene, sento di poter dire di essere mediamente perbene, però capisco quello che ha fatto Emily.  Nel mio romanzo insceno fatti di finzione, ma credo però che tante volte, per essere fedeli a noi stessi, sia indispensabile a un certo punto tradire tutto ciò che viene prima di noi e sia necessario, per diventare grandi, mollare gli ormeggi e diventare quello che siamo davvero e non quello che si aspetta chi ci ha messo al mondo e che ci vede in un certo modo. Quindi credo, sì, che anch’io avrei provato a scappare.

Se lei fosse stata Emily avrebbe voluto frequentare la  Mount Holyoke Female Seminary?

Sicuramente, come lei lo ha desiderato tantissimo, ardentemente, tanto che in realtà il suo ingresso era previsto per l’anno precedente, poi essendo un po’ cagionevole di salute, suo papà aveva accolto l’occasione di un suo momento di fragilità, di una malattia per  procastinare il suo ingresso nell’istituto. Questo perché il suo papà, pur vedendo il talento, l’intelligenza della figlia, era un po’ in pensiero, e questo nel romanzo si sente bene, perché la società a quell’epoca era un tantino maschilista. Quindi una ragazza così intellettualmente vivace era un po’ sopra le righe, era un po’ difficile da gestire. Rimane il fatto però che un intelletto come il suo desiderava tanto crescere, cercare intellettualmente aprirsi degli orizzonti ed è una cosa che io sento tanto.

Sarà forse anche perché insegno, il bello di insegnare è che uno non smette mai di studiare, e una delle cose più belle che mi regala il mio lavoro oltre alle relazioni con i miei ragazzi. Però il poter conoscere cose nuove, crescere e non rimanere nel mio mondo minuscolo, poter aprire i miei orizzonti, mi sono laureata in lingue, insegno inglese, mi piace.

Cosa ne pensa dell’idea che molti sostengono che i libri per ragazzi devono finire bene?

Io penso che sia a monte il problema, io credo che sia una mentalità un po’ ristretta considerare i libri per ragazzi una categoria che per di più debba finire bene. Io ricordo che una volta sentii Aidan Chambers parlare a Bologna, un uomo incredibile, uno scrittore talentuosissimo, lui disse: “Io scrivo storie, secondo me sono belle, poi mi dicono che sono per ragazzi”.

Io lo trovai molto bello, qui da noi in Italia fare lo scrittore per ragazzi sembra una strada parallela a fare lo scrittore per davvero. Io, non credo che un romanzo per ragazzi debba finire bene, io credo che debba essere bellissimo un romanzo per ragazzi. Sarebbe delittuoso scrivere un romanzo per voi e lasciarvi delusi o sottovalutarvi o usare una lingua meno che eccelsa. A me piace tantissimo leggere letteratura per ragazzi, questo perché mi delude molto meno di quanto mi delude la letteratura per adulti, che tante volte è sciatta o banale o volutamente brutta. E invece la letteratura per voi è bella.

 

Nota: Il romanzo a cui si fa sempre riferimento è In attesa di un sole (Mondadori), premiato con la menzione Carla Poesio.

 

La conversazione è avvenuta in occasione della consegna del Premio Laura Orvieto, al Gabinetto Vieusseux di Firenze, il 20.11. Grazie al Gabinetto Vieusseux per la foto e a Agata Diakoviez per la trascrizione).

Photo Credits: Rebekah Conlin, Paul Shea, Gabinetto Vieusseux

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