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L’incipit della settimana: Ross Welford, Cose da non fare se diventi invisibile

L’incipit della settimana: Ross Welford, Cose da non fare se diventi invisibile

Appena prima che mi addormentassi, riuscivo a vedere me stessa. Ero visibile e sapevo chi ero. Ma questo era prima.

Non sono certa di cosa mi abbia svegliata: l’intensa luce delle lampade UV del lettino solare, o forse Lady che spinge la ciotola della pappa accanto alla porta tra il garage e l’ingresso. Il bagliore violaceo è così intenso che riesce ad accecarmi anche se chiudo forte gli occhi. Ho dormito? Perché non è scattato il timer? Quanto tempo sono rimasta qua dentro? Tutte le domande, però, sono spazzate via da una questione più urgente: sto morendo di sete. Non ho ancora la lingua incollata al palato, ma la sento che sfrega in bocca. Cerco di recuperare abbastanza saliva perché tutto riprenda a funzionare. Ho sollevato il coperchio del lettino solare e messo fuori le gambe. C’è una piccola chiazza di sudore – “traspirazione”, direbbe la nonna – nel punto in cui ero sdraiata. Sono ancora accecata dalle luci e batto forte le palpebre ma – cosa strana – quando chiudo gli occhi il buio non arriva, solo macchie e lampi luminosi. Cerco a tentoni con una mano l’interruttore accanto al lettino solare, e le lampade UV si spengono. Così va meglio, ma non troppo. Mi sento ancora a pezzi. Ho un mal di testa martellante e per un po’ resto seduta. Avrei fatto meglio a controllare che il timer funzionasse. Mentre guardo il vecchio orologio digitale sulla parete del garage l’ora passa dalle 11.04 alle 11.05. Oh. Santo. Cielo. Sono rimasta sotto quelle luci per quasi un’ora e mezza! Scottatura garantita! Pelle chiara, capelli rossi (o meglio: ramati), acne fuori controllo e una bella scottatura: che combinazione fantastica.

Tengo lo sguardo fisso davanti a me, lasciando che gli occhi si abituino all’oscurità polverosa del garage. Ci sono il vecchio tappeto dell’ingresso, ben arrotolato, la mia bicicletta di quando ero bambina e della quale non ci siamo ancora sbarazzate, alcune scatole di cartone piene di vestiti per la chiesa, e le gocce d’acqua che battono contro lo stretto vano in vetro della porta che si affaccia sul giardino dietro casa. Devono essere passati venti, forse persino trenta secondi da quando mi sono svegliata. Poi squilla il telefono. Lo guardo, abbandonato sul pavimento, e vedo che si tratta di Elliot Boyd il Terribile; non che sia questo il suo nome completo, naturalmente. Non sono spesso dell’umore giusto per parlargli, così mi chino per silenziare il cellulare e lascio che scatti la segreteria. È un istante che resterà con me per sempre. Un istante così strano e spaventoso che è davvero difficile descriverlo, anche se farò del mio meglio. Perché, vedete, all’inizio non mi accorgo di essere diventata completamente invisibile. Ma poi, tutt’a un tratto, sì.

Ross Welford, Cose da non fare se diventi invisibile, traduzione di Mara Pace, Harper Collins Italia, 2021, pp. 409, €16 (ebook disponibile)

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