Susan Abulhawa, Ogni mattina a Jenin

Quando si finisce un libro molto spesso vale la pena di farsi qualche domanda. Per esempio ciò ci rimane di un libro é effettivamente tutto frutto di un attento lavoro d’artigianato dello scrittore, che pesa le parole, lima i discorsi e incastra i temi? Quanto invece è la nostra predisposizione naturale a trovare bellezza in ciò che leggiamo, magari anche solo nel momento in cui leggiamo. Mi spiego, io ho trovato questo romanzo decisamente toccante (parola strana detta da un ragazzo) ma penso che, col senno di poi, questo sia dovuto al fatto che ho letto questo libro al momento giusto.

La narrazione parte in medias res. Nella primissima pagina Amal, la protagonista, si trova un fucile puntato contro. Si trova in un campo profughi palestinese, e il soldato in questione è Israeliano.Siamo nel 2001. Amal è una cittadina americana. Questa scena iniziale pare tracciare una linea netta tra buoni e cattivi, bianco e nero, rispetto alla quale il lettore ben sa da che parte mettersi.

Ma se si decide di seguire il buon consiglio di non fermarsi alla prima pagina la narrazione riprende da un flashback di due generazioni fino ad arrivare a ‘Ain Hod, un piccolo villaggio in Palestina, prima che la storia marciasse, nel 1941. La fotografia che ci appare è incredibile. Il villaggio si sveglia agli albori, risuonano le preghiere e presto gli uomini cominciano il pesante lavoro della raccolta delle olive. Yehya, l’anziano capovillaggio guarda compiaciuto il frutto del suo lavoro e i suoi due figli, Hassan e Darwish appena diciottenni. Ed è appunto Hassan il padre di Amal. Ma prima che lei nasca, e dopo, il mondo crollerà su questo fazzoletto di terra generando violente contraddizioni.  Successivamente  allo scoppio dei conflitti del 1948 l’intero villaggio viene trasferito in un campo profughi nei pressi di Jenin. Ed è qui che nasce Amal. Terza di tre figli, il cui secondo rapito da un soldato.  Straniera nella sua terra. La sua infanzia scorre spensierata, incosciente della sua situazione. In quell’ingenuità magica che contraddistigue gli occhi dei bambini. La scomparsa del padre, l’impietrimento emotivo della madre, l’attività politica del fratello l’amicizia con Huda. La sua sembra essere destinata a diventare una delle tante terribili storie di profughi. Fino a che un giorno non avrà la possibilità di studiare in un collegio a Gerusalemme. Ciò le permetterà di vincere una borsa di studio e di andare negli Stati Uniti, lasciandosi momentaneamente alle spalle la sua storia.

Amal diventa Amy. I sogni e le preoccupazioni cambiano. Ma questo mondo ovattato non le permetterà di sotterrare il richiamo di una terra mai stata sua. Il suo tentativo di ritornare la constringe a vedere i campi profughi dall’altro lato del finestrino, non è più lei la bambina che supplica la generosità occidentale e che posa per le fotocamere.  Il ricongiungimento col fratello sarà una piccola isola tranquilla prima di un’altra serie di sconvolgimenti che la riporteranno negli  Stati Uniti assieme a una figlia in grembo. Sarà qui che conoscerà un personaggio che sconvolgerà di nuovo il suo fragile equilibrio, riportando lei e la figlia a Jenin.

Il terzo e conclusivo ritorno riporterà la trama al punto inziale.

Il romanzo è la sucessione di 4 visioni, di 4 generazioni diverse che vedono la questione Israelo-Palestinese sotto punti di vista diversi. Susan Abulhawa riesce con una straordinaria obiettività a riportare quella che è la memoria  (e attenzione non la Storia) di due popoli esiliati e che vivono il dramma della ricerca di un’appartenenza territoriale. Riesce in maniera straordinariamente elaborata a cogliere molte prospettive evidenziando le luci e le ombre di ciascuno e a dipingere il dolore di chi ha perso ogni cosa, cui non sono stati fatti sconti, e non è tuttavia ben chiaro quanto sia parte della sua storia, quanto di persone a lei care e quanto di immaginario. Ma nonostante i personaggi siano fittizzi la Storia, le guerre, le stragi e il dolore sono reali.

Leggere questo libro mi ha fatto particolarmente riflettere sulla condizione privilegiata che tocca a me e ai mie coetanei, che troppo spesso ignoriamo che il lusso di Amy non è concesso alla maggior parte dei ragazzi nel mondo come Amal. Noi che ci rassicuriamo in questo angolo di mondo al confine con l’inferno, chiudendo fuori il caldo ed il rumore di conflitti sostenuti dall’indifferenza di chi vuol godersi la pace. Questo libro ha l’importante capacità di scombussolare, di far vacillare e di far mettere in discussione parti di noi. Lo consiglio a tutti coloro i quali non vogliono sentirsi recintati da questa definizione.

Il suo mondo era soffuso di tinte pastello, emotivamente protetto, finanziariamente solido e politicamente irrilevante.

Questo è uno di quei libri che si riempiono di scritte e pieghette.

Michele Vico

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