Un incipit al giorno: Alessandro Mari, L’anonima fine di Radice Quadrata

Meglio mettere subito in chiaro una cosa: quella sua faccia tosta e trista non mi è mai andata a genio. E ammetterlo non equivale ad ammettere che la responsabilità sia soltanto mia. Perché una faccia così, un tipo così, prima o poi finisce per dare sui nervi. Punto. A mia discolpa posso forse aggiungere di averlo sempre ignorato. Grossomodo. Magari una battuta. Ironia. Nulla di più. E quel litigio. Maggio del primo anno. “Sei una radice quadrata senza il numero dentro!”. Lascio giudicare a voi. Io un insulto del genere mica l’avevo mai sentito. Anzi, onestamente, neppure avevo capito cosa intendesse,  e in matematica non faccio poi troppo schifo. D’accordo, non è una delle mie passioni, ma una qualche predisposizione scientifica ce l’ho, io, io e l’algebra ci sforziamo di convivere e la fisica non mi dispiace, perciò quando lui se n’è uscito con quell’insulto strambo, bè, non ho potuto che ribattere: “Eh? Come parli? Qui se c’è un problema di numeri è con quelli che dai tu.” Volevo chiuderla lì. Sul serio. Invece una cosa tira l’altra. Radice quadrata. L’ho chiamato così due o tre volte. Per sfottere. Non avrei insistito se la classe non mi fosse venuta dietro: dare soprannomi può essere spassoso, ma non avevo intenzione  affibbiargli quello.  Non era granché, e di lui me ne fregava niente. Però che “Radice quadrata” riscuotesse un po’ di successo mi solleticava. Allora ho disegnato il simbolo sulla lavagna. A volte sono un po’ carogna. altre lo sono di più.

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